Legenda of Zelda … impossibile ritrovarsi questo rettangolo di plastica dorata tra le mani senza essere assaliti da una ondata di nostalgici ricordi.

Quando i miei genitori mi regalarono Legend of Zelda fu il Natale più bello della mia vita.

L’impressione che subii da questo gioco è tutt’oggi indelebile e penso che abbia influenzato profondamente il corso della mia adolescenza.

Parlare adesso del primo Legend of Zelda , uscito per il NES di quando noi quarantenni di oggi facevamo le medie è reso difficile dal fatto che i videogiochi sono cambiati tantissimo da allora , e certi riferimenti culturali che sono scontati per chi è cresciuto con gli 8-16 bit sono invece del tutto assenti nella generazione della Playstation 4.

Tuttavia , lo scopo di questa recensione non è parlare di retrogaming , argomento su cui è già stato detto di tutto , e per cui esistono recensori più preparati e famosi di me ,e neppure osannare il progresso tecnologico compiuto dal settore video ludico.

Nonostante gli anni passati da quel Natale siano molti, conservo dei ricordi pressoché indelebili di Legend of zelda .

Per prima cosa vorrei perciò elencare gli elementi estetici che più mi hanno impressionato , e da quell’ elenco cercare di dedurre delle conclusioni di tipo psicologico o addirittura esistenziale.

 

Il primo ricordo che mi viene in mente è il colore verde. Sì : il predominare della tinta monocromatica con cui l’ engine del gioco rendeva il colore dell’ erba  . Infatti l’ elemento grafico che maggiormente predomina , almeno nella prima fase del gioco , fino a che non si inizi a entrare nei labirinti sotterranei  o a raggiungere le aree della mappa di montagna e del cimitero , è il verde degli alberi stilizzati e della tunica di Link.

Qui è un po’ come nel caso di certi film fantasy  o western  : se uno prova a razionalizzare il motivo per cui è un fan del genere , scopre che gran peso su questa preferenza lo gioca l’ ambientazione paesaggistica . Il termine romantico non a caso  si usava all’ inizio in relazione ai paesaggi .

Il secondo ricordo che ho dell’ estetica Zeldiana è la sovrabbondanza di simboli .

Legend of Zelda è una cascata continua di simboli gettati dentro a una coscienza troppo giovane già per elaborarli se ricevuti in modo strutturato, figuriamoci ricevendoli sotto forma di un flusso casuale e slegato.

Il martellamento di simboli in Legend of zelda è sin dall’ inizio incessante : caverna , fuochi , spada , scudo , laghi ,scale , labirinti … è una specie di accelerazione esponenziale di sollecitazioni all’ inconscio che il player può solo subire senza riuscire a razionalizzare nulla.

Il terzo ricordo è il continuo  stimolo ad esercitare la fantasia.

Al contrario del 3d realistico di oggi , la grafica in 2d degli 8 bit più che rappresentare oggetti e paesaggi , li accennava o si limitava a suggerire indicazioni di cosa avrebbero potuto essere , e il fruitore doveva continuamente fare sforzi di immaginazione per completare gli indizi suggeriti dalla grafica del videogioco .

Questo causava un continuo lavoro di attività fantasiosa , forse a tratti inconscia , che provocava  nel player un senso di estraniamento dalla  realtà.

Il quarto ricordo è una struggente nostalgia , di cui non so indicarne con precisione la causa , e che probabilmente è dovuta ad un assommarsi dell’ ambientazione fantasy con le situazioni paesaggistiche appena tratteggiate dalla rudimentale grafica che creava una intensa emozione di lontananza e decadenza.

Il riflesso psicologico causato dall’ esperienza Legend of Zelda è un misto di concentrazione , nostalgia per l’ infinito e distacco dalla realtà circostante. Il tutto immerso in un flusso di simbologie inconsce. Se non stessi parlando di un videogioco , mi sembrerebbe di stare descrivendo qualche tecnica di meditazione esoterica o un esercizio spirituale avanzato.

Per certi versi un gioco come Legend of Zelda possiede dei tratti che possono accomunarlo a certe pratiche ascetiche : richiede ore di dedizione e concentrazione assoluta , con totale distacco dalle passioni e dalle attività della quotidianità.

Per altri , invece , l’ estrema varietà della simbologia utilizzata , e la loro mancanza di una organizzazione strutturata , lo avvicina più a una confusa idolatria che a un monoteismo , anche se lo streben legato alla quest tiene la mente concentrata verso la scalata all’ assoluto, facendo da contraltare al degenerare orgiastico causato dalla tempesta di stimoli estetici e simbolici.

L’ esperienza psicologica centrale di Legend of Zelda rimane il labirinto , o più precisamente l’ approfondimento interattivo della situazione del labirinto , che espande le dinamiche di fruizione e interiorizzazione di questo simbolo portandole a un livello di potenza inconscia irraggiungibile dalle espressioni artistiche precedenti al fenomeno dei videogiochi.

Legend of Zelda non è che un immenso labirinto da cui il player non ha mai pace : sia che fugga sotto terra o sulle montagne. l’ angoscia claustrofobica dettata dalla consapevolezza di essere solo prigioniero dentro a  una mappa disegnata da un’ altra coscienza continua a peggiorare in ogni sessione di gioco. Il labirinto non è più un mezzo o un percorso ma diventa il fine : una nuova situazione esistenziale perenne che scioglie il miste dalle passioni della cosiddetta realtà.

Sostenere che Legend of Zelda contenga delle dinamiche di tipo iniziatico , magari createsi spontaneamente senza il preciso intento degli autori , ma generate solo dal saccheggio di simboli inconsci operata dall’ estetica del gioco , è magari esagerato. Sicuramente , però ,  una lunga esperienza di gameplay con questo gioco può causare nel player degli stati psicologici accomunabili a quelli legati alle fasi iniziali di una sessione di  meditazione spirituale.

© 2016 Cerini Pablo

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