Ho fatto il militare a Udine nel 1998.

La mensa della caserma era un trionfo di junk food: pasta scotta e poltiglie di carne dure come il cuoio. A quel tempo ero ancora onnivoro e non mi ponevo problemi.

Nella caserma c’era un giardinetto con delle panchine, dove di solito andavo a fumare una sigaretta (adesso non fumo più) dopo mangiato, prima di uscire a fare la solita passeggiata per il centro della città.

Una sera, mentre fumavo, non so da dove venisse, è saltato sulla panchina un coniglietto: forse arrivava da un bosco lì vicino o da qualche casa con il giardino e l’orto. Il coniglio rimase sulla panchina per due minuti buoni, tranquillo mentre fumavo. A un certo momento mi stava quasi venendo la tentazione di offrirgli un tiro, tanto era lì sereno e beato.

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L’attimo di magia venne distrutto dall’arrivo di un mio camerata di Vicenza che appena lo vide cercò di prenderlo all’urlo “adesso ti faccio arrosto”. Il coniglio ovviamente scappò e non lo rividi mai più. In compenso mi ritrovai il Vicentino a stressarmi per tutta la sera con la sua logorrea, fino a che per l’esasperazione non tirai fuori un libro (ricordo ancora cos’era: “Lo yoga” di Mircea Eliade) e iniziai a leggerlo incurante, davanti a lui, mentre era ancora perso nel suo monologo.

Quando finalmente il Vicentino decise di andarsene (ci mise un po’ a realizzare che non lo stavo più ascoltando) potei ritrovare la gioia del silenzio. La serata era tiepida e stellata, e rimasi per un po’ seduto nel giardino ripensando al coniglio.

Continuava a tornarmi in mente il suo sguardo. Mandai mentalmente a quel paese il mio camerata che aveva rotto quell’attimo di magia: era stata una scena così simpatica, e quel coniglio mi era davvero piaciuto come compagnia, anche più del Vicentino, fosse solo per il fatto che parlava meno.

Il giorno dopo a pranzo, davanti ai vassoi del self service, non ebbi il coraggio di servirmi della carne. Non saprei dire perché: semplicemente non ne ebbi il coraggio.

Dopo alcuni giorni ripresi per abitudine a mangiare carne, anche se l’immagine degli occhi del coniglio ogni tanto mi passava in testa. Dopo quel fatto curioso, non riuscivo più mentalmente a giudicare un animale solo una riserva di cibo deambulante, ma mi veniva da considerarlo una creatura di Dio proprio come me.

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Nel 2003 partecipai a un ritiro di  meditazione Vipassana in un monastero Buddista Theravada: il Santacittarama di Frasso Sabino, vicino a Rieti.

La dieta dei monaci era ovviamente rigorosamente Vegan, e mi ritrovai a parlare con un monaco Inglese di alimentazione e spiritualità. Quel monaco pronunciò la frase che mi avrebbe fatto cambiare drammaticamente le mie abitudini alimentari.

Mi ricordo che gli dissi che il Canone Pali mi sembrava non vietare il consumo di carne, ma solo l’uccisione di esseri viventi. Egli mi rispose lapidario: “I don’t eat anything with a face”: non mangio nulla che abbia un volto.

Anche se avrei iniziato effettivamente a essere vegetariano solo molti anni dopo, in quell’attimo decisi nel mio cuore che non avrei più mangiato carne.

Di solito, soprattutto ai pranzi di lavoro, quando ci si ritrova tra sconosciuti accomunati solo da ragioni professionali e si cerca disperatamente argomenti per riempire l’imbarazzante silenzio, essere vegetariano è come avere un bersaglio addosso, e inevitabilmente si apre il siparietto che dura di solito un quarto d’ora circa, in cui tutti ti chiedono il perché di questa scelta.

Io la vivo legata a un motivo squisitamente spirituale, e di solito non metto mai sul tavolo argomenti legati alla salute.

Se mi trovo al tavolo con gente particolarmente amichevole, mi sbilancio a rispondere che la mia scelta di essere vegetariano è legata allo Yoga (in realtà sarebbe Vipassana, ma tanti non sanno cos’è e allora semplifico così).

Il legame mi sembra talmente evidente: non si può passare un’ora in posizione del loto concentrati sul sentimento di amore universale, e poi alzarsi e sgozzare un maiale. Le due azioni contrastano senza dubbio alcuno.

Non voglio entrare qui nel discorso alimentazione vegetariana e religioni perché sarebbe come aprire una diga. Se cercate l’argomento sui forum, internet è già abbastanza piena di flames sul tema per aprirne un altro anche in questa sede.

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La motivazione della mia scelta è quindi essenzialmente irrazionale: causata da eventi emotivi ed esperienze di meditazione che mi hanno fatto riflettere sulla dignità dei nostri fratelli animali.

(c) 2016 Cerini Pablo

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One thought on “Perché sono vegetariano

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