Rahula: un bambino e il Budda

 

Il personaggio di Rahula, figlio primogenito del Budda, è sempre stato causa d’imbarazzo nell’esegesi Buddista.

Già gli antichi inquadravano con difficoltà l’episodio della nascita e del seguente abbandono del figlio, aggrappandosi a ragioni etimologiche e simboliche, e allo stesso modo anche gli studiosi moderni riflettono lo stesso imbarazzo, anche se cercano di spiegarlo adducendo ragioni per lo più di tipo culturale e antropologico.

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Rahu : una radice che in tutto il Buddismo è sempre stata interpretata in modo negativo, sia richiamandosi al significato di “impedimento”, “legame”, che al folkloristico sottostare demoniaco, di Rahu come demone che ingoia la Luna durante l’eclissi Lunare.

Secondo me, l’esegesi che finora è circolata sull’episodio di Rahula é superficiale perché ha ereditato dai commentatori Theravada la valutazione che fa di Rahula un personaggio di secondo piano nel Buddismo, a causa del poco spazio che gli viene dedicato nel Canone.

Personalmente, interpreto la vicenda di Rahula in un modo nuovo rispetto alla maggior parte di quanto si può avere occasione di leggere sia online sia su libri di studiosi mainstream, e lo faccio perché secondo me finora nella lettura di questo episodio si è sempre considerato solo il sentimento negativo che può provare un asceta nei confronti della nascita di un figlio, a causa dei legami mondani che esso comporta, ma non si è mai pensato all’altro sentimento che doveva invece albergare nel cuore del Budda al momento della nascita del suo primogenito, e cioè il suo amore di padre.

La nascita di Rahula secondo me rappresenta nella vita di Budda il momento in cui la sua riflessione sul male matura da un’oziosa fase esistenzialista, in cui del male si ha più che altro una preoccupazione filosofica, senza venirne toccati direttamente, a un’urgente necessità bisognosa di risposta.

Cosa scatena questa maturazione?

Con la nascita di un figlio, Budda sperimenta che cosa significhi amare un’altra persona più di se stessi, sperimenta cioè il vero amore disinteressato, quello che nella riflessione Cristiana solitamente si indica con Agape, contrapposto  a Eros.

L’esperienza di questo tipo di amore fa esplodere drammaticamente il bisogno di una risposta al problema del male, perché adesso c’è una persona che amiamo più di noi stessi che è completamente indifesa, e ci sentiamo responsabili in prima persona della sua sicurezza.

Perché subire il male contro noi stessi ci infastidisce, ma solo fino a un certo punto, mentre invece vedere il male che si abbatte contro una persona cui teniamo più della nostra vita, ci farebbe soffrire davvero.

Il Budda si deve porre la domanda che ogni padre si è posta: come posso difendere mio figlio dal male? E la risposta, sulla scia della riflessione già in corso a proposito della caducità dell’esistenza, è il sorgere spontaneo della consapevolezza che non si può sperare di rimanere intoccati dal male quando si continua a dimorare in contesti dal male profondamente corrotti se non addirittura plasmati.

Per cui Budda si rende conto di non poter proteggere il proprio figlio dal male per mezzo di ricchezze e palazzi, ma di poterlo fare solo compiendo l’ascesi che purifica da tutto ciò che è male.

Ben lungi dall’essere un abbandono del proprio figlio, perciò, la partenza di Budda rappresenta invece l’atto supremo di amore di un padre che, per il bene del figlio, abbandona tutti i piaceri di un’esistenza confortevole.

E la nascita di Rahula, invece di un imbarazzante impedimento, rappresenta uno dei motivi, se non il motivo fondamentale, dell’inizio della ricerca spirituale di Budda.

Questo perché, secondo me, avendo il Buddismo uno stile espositivo freddo e consapevole, spesso si crede che questa freddezza determini anche i sentimenti da cui questa ascesi è mossa, ma così non è, essendo invece il Buddismo una pratica in cui l’amore riveste un ruolo fondamentale, accanto alla consapevolezza, come dimostra la meditazione sull’amorevolezza universale, metta.

Questa riflessione vale soprattutto per il Budda: il fatto che egli abbia utilizzato uno stile espositivo freddo e razionale per la trasmissione della propria dottrina è solo causato dall’ambizione di renderne la comprensione il più possibile alla portata di tutti, e non dal fatto che invece nel suo cuore albergassero sentimenti di glaciale indifferenza.

Anzi, un aspetto che troppo spesso si omette dell’ascesi buddista e che rischia a volte di deformarne la comprensione, è l’elevato valore dell’amore come forza motrice di tutta la dottrina.

(c) 2016 Cerini Pablo

 

Opera protetta dal plagio per mezzo di deposito Patamu numero 48295.

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