Occidentali’s karma

Nell’Estate del 1943, in pieno conflitto mondale, Julius Evola scrive “La dottrina del risveglio”, uno dei saggi sull’ascesi Buddista più illuminanti e provocatori allo stesso tempo mai apparsi in Occidente.

Nel Febbraio del 2017, Francesco Gabbani trionfa al festival di San Remo con la canzone “Occidentali’s karma“.

La parabola fa quasi male. No, leva il quasi.

Premetto subito che non sono anti-Gabbani: la canzone e il testo mi piacciono, anche il video, davvero azzeccato. Il dolore arriva più dal dover fare i conti, per chi come me ha studiato seriamente il Buddismo, dedicandoci anche una parte della propria vita, con lo stato delle cose, con il punto cui siamo arrivati oggi.

1943, 2017: tra i due poli nella timeline sono passati appena più di settanta anni ma pieni di una tale densità di eventi da rimanere disorientati, a dir poco. Nel corso di queste rivoluzioni il Buddismo è passato dall’essere percepito come una dottrina mistica densa di profondi apparati psicologici e filosofici, cui fa da specchio il complesso saggio Evoliano, a diventare una moda da happy hour, associata a uno stile di vita superficiale e culturalmente povero, come testimonia il testo scritto da Fabio Ilacqua.

E veniamo appunto al testo della canzone. Già, perché il vincitore di San Remo si chiama Fabio Ilacqua: senza quelle parole, della canzone di Gabbani rimarrebbe solo un loop orecchiabile seguito da un ritornello vagamente malinconico. E’ infatti quel testo che ha dato il la a tutto: dall’ambientazione mahayana-kitsch del video alle migliaia di persone che ogni giorno canticchiano di un Budda che si mette “in fila indiana” (ma perché, poi?).

Lamentarsi del kali yuga sarebbe come l’evoluzione che inciampa. Sprofondare nel nichilismo sarebbe più anonimo che farsi un selfie.

Eppure, l’ironia del testo fa male perché è vera. Ci siamo seduti a meditare solo per alzarci con un pungo di mosche in mano. Nella mia libreria ci sono libri Buddisti per parecchie centinaia di Euro, firmati da Orientalisti illustri, alcuni in edizioni da collezione oggi quasi introvabili. Se conto le ore della mia vita trascorse in Vipassana, sono più di quelle in cui ho fatto sesso. E cosa rimane di tutto questo, se non un atteggiamento radical chic, l'”ora di gloria” di un “internettologo” nella sua “gabbia 2×3“?

E veniamo al motivo per cui ho scritto questo articolo. Perchè, “I’m singing in the rain” – ma, in realtà, al culmine della sconforto, quando l’unica cosa sensata sembrerebbe chiudere il capitolo meditazione con l’hashatg #scimmianudaballa, mi vengono in mente le parole di una meditazione guidata di Ajan Chandapalo (scaricabile dal sito del monastero Santacittarama), e una citazione scende come balsamo sulle lacerazioni del cuore: “non importa quanto tu ti sia distratto, adesso ringrazia perché puoi avere l’occasione di ritornare mentalmente presente“. E questo ritorno, non importa quanto le mode dicano il contrario, lo potrai fare sempre: nessuno te lo porterà via.

Panta rei“: ma adesso è il video con lo scimmiotto a venire trasportato via dal ruscello. L’attenzione è qui. E resterà. Quando quel ritornello orecchiabile sarà stato dimenticato da tutti, alla stregua delle centinaia di motivetti accattivanti che l’hanno preceduto, noi potremo ancora una volta, grati, ritornare alla consapevolezza. Nessuno ce la porterà via. E quando la scimmia nuda sarà in decomposizione sotto due metri di terra, uno di noi sarà ancora qui, umile, in silenzio, a custodire il proprio respiro.

Pablo Cerini

 

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