Nel Bereshit, ho spesso trovato nel concetto di nome un simbolo di tre cose: compiutezza, adesione alla verità e comunione con Dio.

Compiutezza: Dio “incide” la creatura mediante la parola, definendone limiti e identità.

Adesione alla verità: dare un nome implica un aver visto in profondità l’essenza della cosa che si è nominata. Dopo aver creato “tutti gli esseri viventi della campagna e gli uccelli del cielo”, Dio li porta ad Adamo affinché li “veda” e li “incida”.

Comunione con Dio: il nome viene donato alla creatura a suggello del suo stato di equilibrio, manifestazione della grazia che l’ha creata e che l’avvolge mantenendola in esistenza.

Avere un nome per noi è una cosa banale: ce lo hanno affibbiato quando siamo nati, ce lo siamo ritrovati su una targhetta plastificata chiamata carta d’identità e non ci pensiamo più. Non riflettiamo che invece possedere un nome è un dono importante: significa infatti che siamo nati in una sfera dell’esistenza tutto sommato alta, che partecipa del linguaggio sia passivamente sia attivamente, beneficiando della superiore consapevolezza che l’utilizzo della parola permette di raggiungere. Il nome testimonia che la nostra identità partecipa di una natura più vicina a Dio degli altri animali: ci permette di auto-referenziarci, costruendo un filtro di presenza mentale per discriminare l’esperienza.

Quello che diamo scontato come identità è un pulsante organismo intrecciato da flussi di esperienze e attimi di coscienza, e il nome è il baricentro che delimita il nostro microcosmo, proteggendolo dal rischio di sfaldarsi in un caos incontrollabile.

Nel romanzo “7 giorni”, è appunto questo stato esistenziale di sfaldamento che si vuole rendere, con la decisione di aver privato i personaggi di un nome sostituendolo con una semplice iniziale. I personaggi del romanzo sono in uno stato esistenziale in cui la loro consapevolezza è gravemente annebbiata dalle passioni, intese nella poetica del libro non come positive attitudini verso un aspetto della vita che ci coinvolge emotivamente ma nel senso Cristiano di disordini dell’anima che allontanano l’uomo dalla sua natura umana (riflesso di quella Divina). Sfaldandosi la propria consapevolezza, è come se il nostro “io” di disgregasse, da cui la perdita del nome, come simbolo di un grave essersi allontanato dalle tre qualità che il nome riflette: identità, verità e vicinanza a Dio.

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