Phantasy Star

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Tanti, troppi anni fa, non riesco nemmeno a scrivere la data da quanto fa male, questo piccolo pezzo di plastica diede l’inizio a una saga di jRpg di pura poesia e trascendenza.

La saga di Phantasy Star si compone di quattro episodi, usciti a cavallo tra la fine degli anni 80 e la metà dei 90, sulle consolle della Sega: l’episodio originale su Master System e i seguiti su Megadrive; non considero gli spin off su Game Gear e tutta la merda 3d che venne dopo (nonostante le persone delle community di PSO Italia mi stiano simpaticissime, non ho mai potuto digerire questa evoluzione, che ho vissuto con rammarico come la morte della serie).

Come per tutti gli rpg nostalgici, l’episodio preferito della serie varia a seconda della persona e, di solito, è il primo che uno ha giocato nel corso della sua vita, quello che l’ha iniziato al franchise e che perciò gli è rimasto più impresso nel cuore. Nel mio caso è stato il secondo episodio, scoperto quando, da traditore, ho abbandonato il Nes, folgorato dalla pubblicità di Golden Axe sull’allora appena uscito Megadrive (ci facciamo del male). Comunque, per correttezza cronologica, inizierò dal primo.

Phantasy Star

OMG. Anche se a vederlo adesso sembrano i disegni di mio figlio, ai tempi questa grafica per un rpg era semplicemente mind blowing. Questo è l’episodio cui sono meno affezionato perché, non avendo avuto il Master System, lo rigiocai solo più tardi sull’emulatore. Gioco difficilissimo, proprio old school, che richiedeva tutta un’estate a disposizione da spendere nella full immersion in un vero e proprio mondo parallelo. Atmosfera e trama eccezionali, puzzle degni di un Ultima; unica pecca, che tutta la serie poi si sarebbe portata dietro: le esasperanti random battles. E non ho mai capito perché tutti, ma proprio tutti gli jRpg, forse tranne qualche rara eccezione (Chrono Trigger, ma potrei ricordare male), non hanno mai abbandonato questo terribile tipo di gameplay. Stile di gioco che, tra parentesi, ha frenato tantissimo in occidente la diffusione del genere; davvero, gli incontri in real time non implicavano poi chissà che sforzo di programmazione in più. Forse, si è trattato davvero di un aspetto culturale che per me rimane però incomprensibile.

In occidente, Phantasy Star è stato anche uno dei primi videogiochi a introdurre una protagonista femminile carica di un certo appeal erotico, tendenza che sarebbe poi degenerata nel fenomeno Lara Croft. Nota che metto per dovere di documentazione, perché il mio grande amore non è Alys ma la protagonista del secondo episodio, di cui parlerò tra poco.

Phantasy Star viene considerato in Italia come l’iniziatore del genere ma solo perché è stato il primo jRpg a godere di una distribuzione che ai tempi si poteva considerare mainstream, mentre i suoi precursori per Msx o Famicom qui da noi erano praticamente introvabili.

Phantasy Star 2

Eccoli qui, due dei tre giapponesi maledetti che mi hanno rovinato l’adolescenza. Dico “due dei tre” perché dell’ultimo non riesco a trovare la foto 😦

Iniziamo dal primo: Akinori Nishiyama, lo sceneggiatore. Innanzitutto a te. Era il 1989, nel nome di nostro Signore, ti chiedo: come hai fatto a partorire una trama del genere per un videogioco, cioè un videogioco, non era mica un film hollywoodiano, ma come hai fatto? Una trama che si prendeva dei rischi mai visti prima, che ha osato provocazioni ai tempi inimmaginabili, che poi tutti gli altri jRpg (Final Fantasy per primo) avrebbero scopiazzato a piene mani. Come hai fatto, continuo a chiedermi, a distanza di quasi trenta anni?

Per chi non abbia mai giocato a questo jRpg, mi è un po’ difficile raccontare la trama senza fare spoiler, perciò mi limiterò ad accennare che per la prima volta nella storia di un rpg si trovano profondità di intreccio e colpi di scena prima apparsi soltanto in film o fumetti.

La seconda si chiama Rieko Kodama, ed è invece la responsabile del character design dei personaggi, e quindi l’autrice di quella che per me è l’eroina manga di cui sono rimasto innamorato per anni:

A tal proposito, ricordo uno scambio di battute con una mia compagna di classe al liceo, quando lei mi aveva chiesto, tra lo stupito e lo scandalizzato, come fosse possibile innamorarsi di un disegno invece che di una donna in carne ed ossa. Ai tempi non le avevo saputo rispondere; poi, qualche anno dopo avrei letto “Metafisica del sesso” di Julius Evola che mi avrebbe imbeccato le parole giuste per la risposta ma, ahimè, era troppo tardi.

E veniamo all’ultimo, di cui non ho la foto, Hitoshi Yoneda, il disegnatore responsabile di questo:

Ma nel nome del Signore, era il Natale del 1989 e avevo 13 anni: arriviamo io e Stefano davanti alla vetrina del Master Pix di Busto Arsizio, lui scende dallo scooter, io dalla bici (ero quello più sfigato e lui “mi tirava”), buttiamo un occhio e, alla modica cifra di 160.000 Lire, che cosa vedo? Questa cartuccia d’importazione diretta, con un artwork del genere sparato lì, davanti alla faccia di tutti, in Via Mombello, a cento metri dal Santuario della Madonna dell’aiuto! Mi è venuto un tale infarto che forse inizio a riprendermi sul serio solo adesso.

Phantasy Star 2 è dunque un jRpg dotato di un comparto artistico di prim’ordine, colonna sonora inclusa. Ciò premesso, è possibile consigliarlo come esperienza videoludica oggi a chi non lo avesse mai provato e, incuriosito dai miei rants, volesse avvicinarglisi? La risposta è: ni.

Ni perché Phantasy Star 2 ha due difetti drammatici di gameplay:

  • le random battles, la cui frequenza è resa ancor più delirante dalla difficoltà di certi incontri: Phantasy Star 2 è un rpg in cui si muore spesso;
  • la difficoltà e la lunghezza dei labirinti, che unita alle random battles causa dei picchi di frustrazione esasperanti.

Per cui, a un eventuale lettore curioso, mi sentirei di consigliare il gioco esclusivamente su emulatore, in modo da poter “skippare” tutte le fastidiose random battles.

Phantasy Star 3: generations of doom

Di solito, il terzo episodio è criticato dai fan hardcore della serie perché ha un’estetica e un feeling che si distaccano dai primi due, anche se in realtà ne riprende fedelmente cliché e gameplay. Forse, sarà per la maggiore freddezza della grafica, che cerca di conferire un feeling più adulto al prodotto, mentre i primi due episodi erano fedeli a uno stile manga adolescenziale; è l’unica spiegazione che riesco a darmi perché, in effetti, questo episodio lascia sensazioni molto diverse dai primi due e si percepisce un netto distacco dal resto della serie.

Il gioco, in se, è in tutto e per tutto un Phantasy Star, conforme al gameplay del franchise: esplorazioni e random battles, sullo sfondo di una trama epica narrata, quando i tempi di consegna l’hanno permesso, attraverso le solite piacevoli cut scenes statiche in stile manga. Scrivo “quando l’hanno permesso” perché alcuni step della storia sono commentati con le cut scenes, altri invece no, ma apparentemente senza motivazioni, per cui non posso fare a meno di dedurre che, a causa degli stringenti tempi di realizzazione che di solito caratterizzano questi prodotti, il team non abbia fatto in tempo a completarle tutte.

Senza entrare nelle polemiche che circondano questo capitolo, e per cui vi rimando ai forum specializzati, ci sono un paio di cose che vorrei comunque dire.

Personalmente, l’episodio mi è piaciuto moltissimo e l’ho considerato un degno seguito. Come per tutti gli altri episodi della serie, anche qui il comparto estetico è di qualità elevata, anche se cede alla tentazione di mischiare elementi fantascientifici e fantasy, cosa che gli altri episodi avevano evitato, forse influenzato dal successo di Final Fantasy IV. È l’unico neo che posso imputargli da questo punto di vista  perché a me entrare in un villaggio medioevale con un party di cyborg armati di cannoni al plasma mi sembra una cosa senza senso. Però, per farsi perdonare, soprattutto nella parte finale del gioco, questo episodio offre alcune delle sequenze più atmosferiche della serie, caratterizzate da lunghe esplorazioni in lande ghiacciate con il sottofondo di musiche strappalacrime che tirano fuori timbri evocativi con sonorità uniche sull’YM2612 del Megadrive.

La trama all’inizio parte un po’ sottotono, con un plot che più che a un Phantay Star sembrerebbe più consono a un Hydlide, ma per fortuna è solo un inizio un po’ lento che poi decolla in un intreccio notevole, anche se qua e là un po’ incoerente. Apprezzabile il legame con gli altri episodi della serie, anche se ottenuto in modo un po’ rocambolesco.

Come gameplay, probabilmente in seguito alle critiche ricevute dal secondo episodio, i game designers hanno abbassato drasticamente la difficoltà, adeguandola alle capacità del player occidentale medio. Phantasy Star 3 sarebbe infatti un ideale entry point per chi volesse avvicinarsi al mondo degli jRpg, se non fosse che qualche anno dopo sarebbe uscito il suo seguito, che lo avrebbe completamente gettato nell’ombra.

Phantasy Star 4: the end of the millenium

Considerato all’unanimità come uno dei tre jRpg definitivi dell’era a 16 bit (di solito gli altri due sono Final Fantasy 6 sul Super Famicom e Lunar the silver star su Mega Cd), Phantasy Star 4 prende tutti i migliori elementi dei primi episodi e li sintetizza in uno dei migliori jRpg di sempre.

Tutti i comparti qui sono al massimo livello: grafica, sonoro, trama, cut scenes. Anche il gameplay prende le innovazioni del terzo episodio, settando un livello di difficoltà umano ma arricchendolo di puzzle e intriganti side quests.

Rigiocato qualche anno fa, questo episodio è rimasto godibilissimo anche a quasi vent’anni dalla sua uscita, ed è sicuramente il titolo definitivo che consiglierei per avvicinarsi non solo alla serie di Phantasy Star ma anche al mondo dei jRpg.

Phantasy Star 4 è uno di quei giochi che vorresti non finissero mai, e la scena finale ti lascia con un profondo amaro in bocca, non perché sia deludente, anzi!, ma perché davvero ti dispiace che non ce ne sia ancora.

Il confronto con Final Fantasy 6 è secondo me ozioso e mi limito solo a consigliare di giocarli tutti e due: sono jRpg diversi ma ognuno di loro, a modo suo, apporta una ricchezza di emozioni paragonabile solo a quella che di solito regala un buon libro.

Phantasy Star Online

Dopo il quarto episodio, la serie purtroppo assunse il format del MMORPG. All’inizio incuriosito dal fenomeno, ebbi occasione di provarlo ma rimasi subito deluso per il cambiamento radicale, che ha originato un prodotto che non aveva più nulla in comune con la serie originale, di cui  ha conservato il nome solo per motivi di marketing, decretando di fatto la morte del mio franchise preferito di jRpg. Non che PSO sia un brutto MMORPG, anzi, rimane uno dei più immersivi di sempre; solo che non ha niente a che vedere con Phantasy Star e continuerò a essere tra quelli dispiaciuti che LO STESSO MANAGEMENT DI TESTE DI CAZZO CHE DOPO QUALCHE ANNO AVREBBE PORTATO SEGA AL FALLIMENTO ABBIA FATTO MORIRE UNA DELLE SERIE MIGLIORI DI RPG CHE ESISTEVANO. Da questo punto di vista, purtroppo Sega ha avuto la stessa sfortuna di grandi team come Capcom: team tecnici eccezionali soffocati da manager che sembravano usciti dalle stripes di Dilbert. Mi spiace per il flame ma il dolore, nonostante gli anni passati, brucia ancora, per di più infiammato da tutte le raccolte e i rifacimenti che sono stati pubblicati in seguito, a segno che il quinto episodio avrebbe avuto una buona nicchia di appassionati a sostenerlo commercialmente. Ma Sega era troppo impegnata a buttare via soldi cercando di imitare Sony invece di rendersi conto che, forse, se avesse puntato sui franchise più radicati nella sua storia, avrebbe dato ai suoi fans quello che realmente desideravano invece di deluderli con fallimentari scimmiottamenti di business plan altrui.

(c) 2017 Pablo Cerini

Ringrazio Andrea Ebner e Claudio Tor Fortuna per le correzioni.

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